E’ la vigilia del dì di festa per Castellana, che rivive oggi gli eventi di 326 anni fa, così come gli scritti di don Marco Lanera e gli ulteriori studi e la cronaca di don Nicola Pellegrino ci raccontano qui di seguito:

Oggi i castellanesi ricordano il miracolo della liberazione e della successiva preservazione di Castellana dalla peste del 1690/91 per intercessione della Vergine Santissima della Vetrana (da “veterana”, antica). La sua immagine è una splendida trecentesca icona bizantineggiante. La sua Chiesa, situata su di una collinetta che domina tutta Castellana, è antichissima. In una pergamena del 916 si parla della nostra Chiesa, sebbene in modo indiretto, citando certe “clausurie Sancte Marie” e in un’altra carta del 1254 si segnala un pio legato lasciato alla Chiesa di Santa Maria. Il termine Vetrana lo troviamo comunemente dal 1600. Notar Mannara (1648) scrive: “In loco detto Santa Maria della Vitrana, giusta la via da Castellana a Martina”.

Intanto nel Sud-Est Barese alla fine di dicembre del 1690 scoppia una terribile pestilenza. Secondo alcuni storici il morbo era pervenuto nel porto di Monopoli insieme ad un barcone, proveniente dall’altra sponda dell’Adriatico, che aveva trasportato stoffe e altre mercanzie infette. Date le scarse misure igieniche dell’epoca, il male subito attecchì e moltissime vite umane furono recise, anche in considerazione del fatto che la medicina non trovava altri rimedi che curare i bubboni della peste con “emplastro di gomma, aglia, cipolla e cantaride”. A Castellana ci si accorse della peste il 23 dicembre 1690, quando cominciarono a morire alcune persone nel lazzaretto. Ecco la scheda del 29 aprile 1691 del Notaio Giacobbe Fanelli di Castellana.

«Come nel prossimo passato mese di dicembre, così permettendo Iddio giustamente sdegnato contro di noi per li nostri peccati, s’attaccò in questa Terra di Castellana la peste et in spatio di giorni venti in circa, ne morirono di detto male e per sospetto di quello, al numero di ventidue persone tra piccoli e grandi, e trovandosi questo pubblico così afflitto e confuso per causa di detto male che alla giornata s’avanzava, s’ebbe ricorso con l’oratione privata d’alcuni sacerdoti di questa terra a detta Beatissima Vergine della Vetrana acciò si degnasse placare l’ira del Suo Unigenito Figlio, giustamente contro di noi sdegnato».

Il Primicerio don Giuseppe Gaetano Lanera e don Giosafat Pinto erano i due Sacerdoti di Castellana che, mentre pregavano incessantemente Dio e la Vergine Maria, nella notte tra l’11 e il 12 gennaio, ebbero simultaneamente un’interna ispirazione: la Madonna della Vetrana avrebbe liberato Castellana dalla peste.

Il 12 gennaio, è ancora il Notaio Fanelli che parla: «Si vidde di già verificato lo che detta Beatissima Vergine havea promesso, essendosi veduto miracolosamente non solo la peste camminare più avanti, ma dodici persone che si trovavano nel lazzaretto attualmente col bubbone, applicatovi solamente l’oglio miracolosissimo delle lampade di detta Beatissima Vergine, furono da detto male guariti e liberati et hora giornalmente già vivono sani e buoni, oltre altri innumerabili che per tema di essere posti nel lazzaretto, essendoli in casa uscito il bubbone, senz’altri rimedi che solo del balsamo salutare delle lampade di detta Beatissima Vergine rimasero tutti guariti di detto morbo contaggioso». (Tali notizie sono attinte dal volumetto di Marco A. Lanera, Documenti castellanesi sulla peste del 1690, De Robertis, Putignano 1962).

Tutti, senza esitazione di sorta, attribuirono alla miracolosa intercessione della Vergine della Vetrana la liberazione di Castellana dalla peste. L’olio di una semplice lampada, del resto, non può essere rimedio efficace contro i bubboni della peste. Il Capitolo dei preti di San Leone, il Sindaco e i deputati dell’Università castellanese, per gratitudine, decisero di festeggiare solennemente ogni anno l’evento prodigioso. L’Università si impegnò a versare al Rettore della chiesa della Vetrana in “un bacile d’argento la summa di docati dieci da consegnarsi e pagarsi per li Magnifici cascieri” per la festa annuale “in perpetuum”.

Da questo documentato avvenimento sono nate: la grande devozione di Castellana alla Madonna della Vetrana: la lampada ad olio perennemente accesa davanti alla sua immagine; il rifacimento completo della sua Chiesa, con l’intervento di tutto il popolo e anche dell’eccellentissima Casa dei Conti Acquaviva D’Aragona di Conversano; la fondazione del Convento degli Alcantarini; i falò dell’11 gennaio e la Festa di Aprile. I falò, segni di riconoscenza, di festa e di esultanza popolare, vengono a ricordare ogni anno l’intercessione miracolosa della Madonna della Vetrana. Si accendono numerosi per le strade cittadine la sera dell’11 gennaio. Alcuni, veramente mastodontici, bruciano molte tonnellate di legna, sprigionando e lanciando in alto, nella notte scura, mille faville che ridicono al cielo la nostra gratitudine. La gente affolla le strade, rimane estasiata al cospetto delle altissime fiamme, e partecipa al canto mariano tradizionale “Tu sei del popolo, letizia e pace”. Come in ogni festa popolare, c’è poi la parte gastronomica. Tutti si lasciano volentieri tentare dagli assaggi di taralli, ceci e fave abbrustoliti, nocelline e da un bicchiere di vino. Il tutto è offerto con generosità da chi ha allestito la “fanova”. Ottima anche l’iniziativa, instaurata da qualche anno, dei frantoiani castellanesi. Fanno gustare ai visitatori dei falò il loro olio nuovo e genuino col quale condiscono le bruschette con i pomodori “appesi”, conservati dall’estate. Veramente la tradizione più antica prescriveva che si mangiassero, riscaldati nella cenere calda del falò, “sarôche i scartapìjete”, pesci secchi salati e affumicati, conditi con abbondante olio e accompagnati dal pane. Naturalmente l’arsura procurata dai pesci richiedeva una buona dose di vino rosso primitivo, che in gergo si chiama “vino tosto”.

Quando è festa, è festa! A laude e gloria di Dio!

Quest’anno, tuttavia, la tradizione ha dovuto fare i conti un po’ con le avversità meteorologiche dei giorni scorsi, che pare non abbiano consentito ad alcuni “fanovisti” di completare le proprie Fanove, un po’ forse con la voglia di trarre il massimo da questa festa (forse in termini economici o di visibilità e riscontro turistico?), spostandola ad una data in cui la partecipazione può essere massima, ossia il sabato seguente.

Tradizione e non troppo velate forme di idolatria sono perciò venute a confronto, dividendo, soprattutto sui social network, il popolo castellanese, che dalla diffusione della notizia (ieri sera) del rinvio dell’accensione delle Fanove ha cominciato ad esporre i propri punti di vista, così come anche ad accendere, non tanto il fuoco della fede, quanto quello della polemica.

Se anche chi vi scrive può umilmente esprimere il proprio parere, ecco quel che mi vien da pensare in merito.

Non trovo assurdo il rinvio dell’accensione delle Fanove a tempi (in questo caso meteorologicamente intesi) migliori (in passato, tra l’altro, è accaduto), né mi sembra il caso di giudicare come eccessivamente farcite da bigottismo le rivendicazioni di coloro che intendono rispettare la tradizione con l’accensione – nel giorno acciò deputato da secoli – dei tradizionali falò in onore della nostra Patrona.

Quel che trovo quanto meno criticabile è invece, da un lato, il metodo attraverso cui la decisione sia stata presa (su richiesta di un paio di fanovisti, senza che gli altri abbiano potuto esprimersi su questo tipo di valutazione e senza che il Comitato feste patronali abbia fatto valere anche il giudizio di chi era avverso a tale decisione); dall’altro, la considerazione che alcuni tra i difensori della tradizione sembra abbiano dimostrato, come unica prerogativa della loro presunta fede l’accensione delle Fanove nel dì dell’11 gennaio, quasi che la fede e/o la devozione per la Madonna si possa estrinsecare solo in questo gesto pro-forma.

Mi piacerebbe chiedere a questi ultimi se, oltre a ciò, la loro tensione religiosa si esplichi anche, di tanto in tanto, in qualche recita dell’Ave Maria o, ancor meglio, nell’atteggiamento cristiano di imitazione della Vergine, ossia in quello che cristianamente dovrebbe essere l’atteggiamento vero di un credente in Cristo.

Pertanto, «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!». L’importante, tuttavia, è che, chi senta il desiderio insopprimibile di farlo, non finisca, a furia di lanciare pietre, di colpire e abbattare quello che forse è ormai l’unico vero punto di riferimento dell’unità e della fede dei castellanesi: l’amata – spesso solo a parole o durante i bagordi della notte delle Fanove – Madonna della Vetrana.