Le contraddizioni dell’allarmismo climatico

Interessantissimo articolo, pubblicato oggi da Meteolive, a firma del geologo, prof. Giuseppe Tito (Dipartimento di Ingegneria Civile, Informatica, Edile, Ambientale e Matematica Applicata dell’Università di Messina), sugli errori di prospettiva e sulle lacune di natura scientifica riguardanti l’allarmismo climatico, così tanto in voga sui media di questi tempi. Vero o falso che il riscaldamento globale provoca siccità e desertificazione o che provoca un aumento dei fenomeni estremi? Vero o falso che il movimento dei ghiacciai e il distacco degli iceberg sono un segnale inequivocabile del ritiro delle masse glaciali? Scopriamolo insieme…


L’allarmismo che prende corpo sull’onda delle emozioni, specialmente quando si fa riferimento a fatti di cronaca o, ancora più quando si attinge alle paure primordiali o al senso di colpa, trova terreno fertile per diffondersi e nutrimento per crescere.

Soffermarsi sugli effetti del passaggio di un uragano, tracciandone il percorso con i bollettini di cronaca, o inscenare visioni apocalittiche dinanzi ad enormi pareti di ghiaccio che crollano, come nel recente mese di settembre, sono solo alcune delle strategie che i media di massa utilizzano per tenere alta l’attenzione e la concentrazione sul fenomeno del riscaldamento globale, sulle sue cause antropiche e su tutto quanto direttamente o indirettamente ne viene coinvolto.

I grandi temi problematici che mettono a dura prova l’umanità vengono tutti e continuamente toccati, coinvolti, fino ad essere integrati nel dibattito più generale del riscaldamento globale di natura antropica: non solo quindi l’aumento delle temperature, delle ondate di calore, ma anche della siccità e degli incendi, dei fenomeni estremi (comprese le ondate di freddo e gelo!), del dissesto idrogeologico, della desertificazione, dell’inquinamento, per transitare agevolmente alle estinzioni, alle migrazioni di faune aliene, a quelle di un’umanità disperata, alla fame e alle carestie, alle malattie, per arrivare così alle guerre, alla crisi economica, al malessere dell’individuo, alla depressione e al calo delle nascite.

Nel mezzo però si annidano tutta una serie di contraddizioni e semplificazioni che, se da un lato sembrano rinforzare l’ipotesi di fondo, dall’altro disorientano e mortificano, sia il lettore più superficiale, ma anche l’utente più informato.

Vediamo qualche esempio che, oltre a non essere veritiero, malgrado il frastuono mediatico porta a conseguenze completamente opposte.

VERO O FALSO…

Il riscaldamento globale provoca siccità e desertificazione: FALSO.

I deserti si espandono e traggono beneficio da temperature più fredde, a causa del fatto che l’aria fredda è più secca di quella calda, ovvero è meno capace di trattenere umidità. Gli esempi si sprecano, dall’Asia al Sud-america, passando per l’Australia e il Nord-america.

Un clima più caldo favorirebbe maggiore evaporazione e maggiori precipitazioni. Durante l’ultima glaciazione, e in tutti i periodi glaciali precedenti, gli ambienti più diffusi erano quelli desertici, di steppa, tundra e savana. Le foreste erano limitate ad aree ristrette, quasi dei rifugi. Nei periodi più caldi, come l’optimum climatico olocenico, le foreste si estesero sia in latitudine che altitudine e l’attuale Sahara era in gran parte vegetato.

Una farfalla: Bicyclus Anyana possiede nel suo corredo genetico un gene capace di far sviluppare, durante la metamorfosi, ali di colore diverso: grigio-marroni se la temperatura è più bassa di una certa soglia, colorate sul verde se la temperatura è più alta, chiaramente allo scopo di agevolarne il mimetismo. In definitiva, anche per il DNA di una sconosciuta e insignificante farfalla, più freddo significa più secco e arido, e non il contrario.

Il riscaldamento globale provoca un aumento degli incendi: FALSO.

Gli incendi spontanei sono in calo su tutto il globo, Italia compresa. Anzi, in molte zone sono calati anche quelli dolosi o colposi, a causa di una maggiore umidità e di un più diffuso vigore vegetazionale, cui si sono associati una minore diffusione della pastorizia e del prelievo arboreo, come nel caso dei paesi più sviluppati. Anche la superficie percorsa dal fuoco, ostacolato dalla vegetazione, è in calo generalizzato.

Il vero motore degli incendi è il vento e, a testimonianza di quanto affermato, vi sono i grandi ed estesi incendi invernali, ovvero direttamente collegati alla stagione secca (che come detto è quella più fredda). Il vento, come noto, si genera attraverso la formazione di imponenti contrasti barici su territori non molto estesi, dell’ordine delle centinaia di km. Ci sono aree del pianeta la cui conformazione geografica è tale da esaltare frequenza e velocità del vento.

Un altro fattore, più intrinseco alla vegetazione, è la grande diffusione di specie caratterizzate dalla resistenza alle alte temperature, la necessità di subirne gli effetti per la successiva germinazione, e la capacità di provocare, se non incrementare gli incendi con la produzione abbondante di sostanze infiammabili, quali olii e resine. È il caso di molte conifere e degli eucalipti. 

Il riscaldamento globale provoca un aumento dei fenomeni estremi: FALSO.

È risaputo che i fenomeni estremi si generano dal contrasto di masse d’aria con origini e caratteristiche udo-termiche molto diverse, sia nel loro contatto verticale, tra quote diverse, ma anche in quello latitudinale (più raramente longitudinale), e ancora di più in un mix degli stessi.

Un tipico esempio sono i fenomeni temporaleschi estremi che si originano allorché aria fredda, proveniente dalle alte latitudini, sovrascorre su strati di aria calda e umida che, specie nelle regioni temperate, si origina nei periodi di cambio stagionale.

Ad ogni modo, una minore differenza delle caratteristiche udo-termiche che si dovesse generare nel tempo, fra le masse d’aria artica e quelle temperate, non potrebbe che portare a una progressiva diminuzione dei contrasti e, di conseguenza, delle varie tipologie di fenomeni estremi.   

Il riscaldamento globale causa la tropicalizzazione delle zone temperate: FALSO.

Anche questo assunto è contraddittorio, nella misura in cui è stato appurato che le zone del pianeta che maggiormente si sono riscaldate, sono le calotte polari. La fascia inter-tropicale si è mantenuta invece su condizioni pressoché stazionarie.

In altre parole non è il caldo in eccesso delle aree tropicali che avanza da sud verso nord, tuttalpiù l’eccesso di caldo procede in senso contrario, per cui sono le aree sub-polari a temperarsi e a somigliare sempre di più a quelle temperate fresche o fredde, e così a cascata in direzione sud.

Non di rado infatti, si assiste a fenomeni alluvionali, o comunque effetti precipitativi insoliti, nelle aree desertiche dell’Africa, del Medioriente e del Nord-america, causati da intrusioni di aria più fresca proveniente dalla fascia temperata.

Il riscaldamento globale provoca un calo dell’estensione nevosa: FALSO.

Contrariamente a quanto si crede, le precipitazioni nevose sono più abbondanti nelle zone marittime delle aree polari e sulle aree montuose della fascia temperata; mentre sono scarse, seppure presenti per la maggior parte dell’anno, sulle banchise polari e sui vasti bassipiani del Canada e della Siberia.

Se consideriamo l’aridità in termini di precipitazioni, e non di umidità, le aree più aride del pianeta sarebbero le rispettive zone centrali della calotta antartica e di quella groenlandese.

La copertura nevosa e l’abbondanza di precipitazioni nevose è massima nei periodi stagionali intermedi, ovvero in occasione dei contrasti termici e, sebbene con qualche distinguo locale dovuto a ragioni orografiche o di circolazione atmosferica sfavorevole, le aree soggette ad innevamento si stanno espandendo su tutto il globo, specie verso nord e sulle aree montuose più settentrionali.

È risaputo che i mammut abitavano ambienti di tundra, con copertura nevosa scarsa, o quasi del tutto assente, per gran parte dell’anno, ma non perché facesse più caldo, ma perché il freddo eccessivo limitava la capacità igrometrica dell’aria, ovvero la possibilità di contenere vapore e favorire precipitazioni che, stante le temperature, sarebbero state inevitabilmente e prevalentemente nevose.

Il movimento dei ghiacciai, i crolli dei fronti glaciali e il distacco degli iceberg sono un segnale inequivocabile del ritiro delle masse glaciali: FALSO.

Anche questa affermazione è viziata da un preconcetto visivo di origine mediatica, allorché il crollo dei fronti glaciali, il distacco di iceberg, fa pensare ad una frammentazione progressiva e ineluttabile del ghiaccio preesistente.

In realtà questi fenomeni avvengono in condizioni di temperatura generalmente al di sotto dello zero, allorché le uniche possibilità di “sparizione” del ghiaccio sono limitate a due fenomeni: ablazione a causa del vento, scivolamento verso aree più basse, fino al livello del mare, con conseguente galleggiamento e distacco.

Il ghiaccio non è mai fermo, e basta una pendenza inferiori allo 0,5% per generare lentissimi movimenti discendenti, per lo più causati dall’accumulo di massa nevosa e dal conseguente aumento di peso. Tale effetto si aggiunge e potenzia quello dello scioglimento sub-glaciale che, localmente, può essere esaltato dall’incremento del calore sotterraneo.

Nel caso dei ghiacciai montani è la pressione sub-glaciale a favorire lo scioglimento del ghiaccio e il conseguente scivolamento a causa della pendenza, come se sotto il ghiaccio stesse agendo un lubrificante. Le rotture di pendenza, gli ostacoli rocciosi e quant’altro determinano poi i fenomeni di frammentazione, e talvolta crollo o distacco. Non sempre è possibile associare questi eventi a fenomeni di ritiro.

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